L’ORO DEI LEPRICANI.

In un tiepido pomeriggio d’agosto, Alice si rigirava nel letto pensando e ripensando alla strana situazione in cui si trovava.

Aveva giurato a se stessa in più di un’occasione di non aggrapparsi mai più a fantasticherie prive di fondamento legate a personaggi più o meno inventati, idealizzati, costruiti in base ai suoi sogni, ai bisogni e alle sue perversioni.

Eppure, chissà come, era lì con gli occhi spalancati e l’impossibilità di fare alcunché perché non solo il fantasma delle sue fantasie non c’era, ma non era nemmeno sola!

Matteo russava al suo fianco facendole pesare ancor di più la sua insonnia.

Si chiedeva come fare per dare sfogo a quel desiderio talmente forte da essere addirittura doloroso, ripensando alle poche frasi scambiate la sera prima prima di ricadere nel gorgo di domande senza senso su cose inesistenti.

Scacciò quella parte di conversazione, si allontanò dal tavolo del l’interrogatorio, spense la luce della lampada e si rifugiò nella manciata di parole che Emanuele le aveva scritto.

Chiuse gli occhi ed era lì, di notte, a letto con lui, addormentata dopo quello che doveva essere stato un amplesso appagante. Dormiva beata, a distanza di sicurezza dall’uomo, com’era sua abitudine da sempre, unico punto di contatto un piede o una mano poggiati distrattamente, solo per sentire la presenza dell’altro.

Era lì, dunque, nello stesso letto ma in un altro tempo. Il loro. Un tempo sognato e immaginato: dunque, perfetto.

Lei, abbandonata ai suoi sogni in un sogno, lui sveglio a guardarla. A desiderare nuovamente di esserle dentro e addosso. A volere la sua carne, le sue ossa, i suoi respiri, i suoi gemiti e perdersi nel suo sguardo liquido. O forse no, voleva solo scopare. Chi se ne fotte, nei sogni tutto è permesso.

La attirò a se, scoprendola dal lenzuolo nel quale si era arrotolata come un baco nel bozzolo e iniziò a baciarle l’incavo tra collo e spalla. Piccoli baci bagnati.

Lobo collo clavicola spalla.

Le torse dolcemente un capezzolo anelando ad un gemito sommesso, fece scivolare la mano per controllare se le sue attenzioni avessero sortito l’effetto desiderato mentre lei sorrideva sorniona. Era cosciente ma aveva deciso di far finta di no. Che la prendesse nel sonno, la trascinasse godendo nel dormiveglia e la svegliasse con un orgasmo. Se voleva giocare, che giocasse. Col corpo si può.

Emanuele, finalmente, la penetrò e iniziò a fotterla così dolcemente che le sembrò una ninnananna perversa. Movimenti così meravigliosamente lenti da farle percepire ogni punto di contatto tra l’interno della figa e il suo cazzo. Non poteva più fingere di dormire, lui le sussurrava qualcosa con quella voce maledettamente melodiosa che le scatenava tempeste di ormoni anche attraverso il telefono e gemette. Si girò a guardarlo negli occhi e si godette ogni istante di quella cavalcata notturna, di quel corpo ancora sconosciuto avvinghiato al suo, di quel cazzo voglioso, di quella figa ingorda.

Ogni istante di sesso magico e quel particolare genere d’amore che provi durante il sesso, vero e reale come l’oro dei Lepricani.

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