COLAZIONE DA TIFFANY.

Alice si destò dallo stato di catalessi nel quale era piombata 24 ore prima e di cui aveva solo ricordi frammentati.

Si era svegliata, aveva portato in giro il cane protetta da un paio di occhialoni neri, si era comprata una brioche, era tornata a casa e lì si era arenata, nuda, sul divano.

Non ricordava altro, se non della musica in sottofondo, un atroce mal di testa e il senso di nausea che contraddistingueva l’apice del nichilismo, la delusione del genere umano e le sue teorie sull’amore. Una bella macedonia di merda.

In pratica aveva inserito il pilota automatico, obbligandosi a sbocconcellare qualcosa per pranzo e per cena, aveva chiamato tutte le amiche più care, aveva trovato rifugio nella dolce speranza di una morte futura, ma certa.

Il solito cliché da donna disperata, insomma.

Si alzò, si guardò allo specchio: era spettinata, con gli occhi gonfi dal pianto ininterrotto, il viso sfigurato da macchie violacee.

Tutto questo, senza occhiali e con gli occhi velati di lacrime. Si immaginò attraverso le lenti correttive e immaginò l’effetto decuplicato.

“Bella, bella scema che sei!” esclamò al suo patetico riflesso.

Si aggrappò al lavandino, scoppiò in un pianto dirotto e in una risata isterica.

Sembrava Maga Magò, ma più brutta, pessimista e asociale.

Azionò il miscelatore della doccia: era ora di lavarsi quelle 12 ore di dolore, autocommiserazione e disprezzo per se stessa ed il mondo. Si perse nuovamente in congetture, calcoli, illazioni, litigi tra sè e sè. Una fortissima nausea la assalì riportandola alla realtà.

Lo scroscio dell’acqua la invitò ad entrare per lavarle via il senso di repulsione che provava.

Che schifo, schifo, schifo.

Si sentiva vittima di gioco perverso, una mente diabolica, di uno smacco epico.

Aveva aperto le porte al cavallo di Troia e si era svegliata devastata, ricoperta dalla cenere delle sue speranze, avvolta da fiamme di passioni morenti, incespicando nei cumuli di macerie dei suoi sogni e dei castelli per aria.

Non pensava di averne ancora tanti, cazzo. Non erano morti e sepolti? Quando aveva ricominciato a costruirli? Ma, soprattutto, perché cazzo non la smetteva, una buona volta, di crederci e provarci?

L’acqua le lavò via sudore e brutti pensieri, ma il senso di sporcizia le si era infiltrato sottopelle.

Si sentiva talmente stanca, umiliata, delusa. Sola.

Si sedette sul piatto della doccia, ranicchiata sotto il getto d’acqua bollente, le gambe contro il petto e si strinse forte.

“Fatti un ultimo pianto e manda a dar via il culo al mondo, Alice. Meriti di meglio. Meriti il meglio.

Meriti di essere amata.”

Finalmente si rialzò, uscì dalla doccia, infilò l’accappatoio, si asciugò i capelli, si vestì, si truccò e si sedette sul divano. Prese un respiro profondo.

Era carina, quella sera, nonostante tutto.

Era sola.

Triste, disperata, ma carina.

Uscì e andò a cena fuori.

Sola.

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