POLVERIZZARE CUORI SPEZZATI.

Si svegliarono, tra le lenzuola stropicciate della prima notte trascorsa insieme. Stropicciate come i loro pensieri che cavalcavano imbizzarriti come un branco di cavalli selvaggi.

Si salutarono, confusi dall’intensità delle proprie emozioni e terrorizzati dalla consapevolezza delle difficoltà che sarebbero iniziate dopo il bacio d’addio. Lui sfuggiva al suo sguardo, stringendosi nelle spalle. Lei gli strinse la mano, forte, si aggrappò come un naufrago ad una zattera. Sgomenta.

“Voglio memorizzare il contatto con la tua pelle, voglio imprimermi in mente ogni secondo di questo momento”, borbottò.

Sapeva che, presto, avrebbero dovuto scontrarsi con la violenza del quotidiano, degli attimi rubati, della lontananza forzata che li avrebbe tenuti separati per un tempo infinito.

In lei balenò un presagio nefasto: per sempre.

Mai più. Non avrebbe mai più accarezzato i suoi setosi capelli mentre la testa appoggiata sul suo cuore, in cui poteva intravedere un turbinio di minacciosi nuvoloni neri pronti ad esplodere in una tempesta distruttiva, seguiva il ritmo del suo respiro convulso, affannato. Ansioso.

Si dipinse un rassicurante sorriso di circostanza mentre il dolore la sommergeva dal basso ventre fino a traboccare dagli occhi sbarrati.

Ricacciò le lacrime. Non poteva mostrarsi debole.

Sarebbe stata forte, sarebbe stata ragionevole.

Avrebbe accettato l’ennesima fine in un inizio.

Si era persa trovandolo, ed ora l’avrebbe perso dopo averlo incontrato. Di già. Poco, nulla: è quanto dura la felicità.

Si ripetè che non sarebbe andata così, che una volta nella vita le cose avrebbero preso una piega positiva.

Lui le chiese “a cosa pensi?”

“A niente”, rispose, mentre violente folate di scenari catastrofici sibilavano tra i neuroni addormentati, appagati, in allarme, ognuno impegnato a farsi i cazzi propri. Un film a velocità tripla le scorreva davanti agli occhi come in uno di quei film di fantascienza in cui ti impiantano una videocamera negli occhi. Era pietrificata sul letto in balìa di un uragano di disperazione, una tromba d’aria distruttiva le spazzava via l’anima, estirpandola da sè e sbattendola con forza verso il soffitto: stava scappando dal dolore che le squarciava il petto. Persino la sua anima cercava di fuggire il più lontano possibile da Alice.

Balle di fieno rotolavano nell’arido deserto che era la sua mente, svuotata da ogni barlume di speranza.

Lui preparava il bagaglio e lei cercava di fissare l’immagine dell’ennesima persona che stava per abbandonare il campo lasciandola, di nuovo, sola. Per sempre.

Respirò a fondo, sospirò, vinta.

Sorrise di nuovo, nonostante volesse urlargli di non andare, ma lui non avrebbe capito.

Di non andare via, non a casa. Via, via da lei, via da loro, via da un “noi” durato un millesimo di secondo.

Bevvero un fettoloso caffè in cucina, in piedi.

La danza dei vorrei stringerti, lo zoppicare del “vada come vada”, il capitombolo dell’ultimo tenero bacio.

Lui uscì da casa sua e lei seppe che lo aveva visto per la prima e ultima volta.

(Devi essere la risposta a tutti i miei “non ne valgo la pena”).

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