FARFALLE.

(7 aprile 2016- inedita)

Ho salutato tutti, augurato buonanotte e silenziato il cellulare. Rimango sola con i miei pensieri; riempio già troppo tempo di nulla e chiacchiere vane. Persone piacevoli, seccatori, gente. Parole.

Inviti a cena, serate di conoscenze destinate a rimanere tali, nessun batticuore, nessuna emozione. Sospiri dimenticati, frullar d’ali di farfalle moribonde, battiti regolari, voci sommesse, carezze affettuose, quando ciò che desidero sono urla e fuoco e tachicardia e cardiopalma.

Emozioni violente per destarmi da questo torpore, fili di lana grossa a rattoppare il cuore in frantumi e le ferite incancrenite.

Giaccio da troppo tempo in ginocchio, paralizzata da un dolore sottile e lancinante, con il fiato corto, il respiro spezzato e le parole strozzate.

Circoli viziosi di speranze deluse e attese infruttuose. Tiepidi aliti di vita e gelide folate di morte si susseguono generando tempeste e pianti, tuoni e fulmini, aria carica di elettricità, elettroni positivi/negativi come i poli del mio umore altalenante; sempre in bilico sull’orlo dell’esaurimento.

Dondolo. Oscillo.

Mi sento cadere nel vuoto, al rallentatore, come capita in quegli incubi infiniti di salti nel vuoto da grattacieli svettanti: voli da panico in un irreale silenzio.

Atterro sempre dolcemente: mai, mai nessuno schianto mi ha uccisa, in quei sogni da brivido.

Mai nessun appiglio ha frenato la mia caduta, nè mi sono sfracellata al suolo: plano.

Mai sono morta come, invece, mi sento.

Morta un po’ alla volta in quei giorni: ho le date scolpite nella mente, una ad una, le prime tre, poi, più nulla.

Il buio.

Il tunnel.

Le pause per riprendere fiato.

I fugaci attimi di serenità.

Il vuoto.

Il nulla.

Il buio.

Uno sprazzo di sole ad illuminare momenti sereni, presto offuscato da altri rovesci di fortuna.

Sono ancora qui, dopo cinque anni, innumerevoli giorni, un lustro di merda.

Sono ancora qui e respiro.

Ma per sentirmi viva, ne manca.

Per essere viva, ce ne vuole.

Per rinascere… C’è tempo.

Bruco imbozzolato che si nutre di finocchio selvatico in attesa di tramutarsi in farfalla.

Vicina di bozzolo, stavolta non ti perderai lo spettacolo della trasformazione: sarai qui, sarò lì.

Spiegheremo le ali e voleremo incontro alla primavera che sboccia, finalmente felici, ci godremo l’estate.

Per quanto poco duri, sarà meglio di questo gelido inverno.

Per quanto poco duri, godremo di ogni stilla di ambrosia, di ogni goccia di rugiada, di ogni raggio di sole, di ogni corrente in cui ci libreremo: lasceremo il passato a marcire nei nostri bozzoli abbandonati.

A me prudono le ali… E a te???

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