ODE AL DIVORZIO, o ALLA CONQUISTA DELLA SERENITÀ.

Tenete in vita matrimoni morenti, fidanzamenti opprimenti, rapporti malati a cui bisognerebbe solo staccare la spina per ricominciare a respirare prima e a vivere poi.

Il vostro mantra è “ormai”.

Ormai sono passati dieci, venti, quarant’anni, ormai avete un mutuo, figli, cani, gatti o un pesce rosso che nuota rincorrendosi la coda in una boccia piena di acqua senza più ossigeno, galleggiando tra briciole di cibo stantio e feci nauseabonde.

Se solo potesse parlare, vi direbbe che preferirebbe lanciarsi nel cesso, gustando l’ebrezza dell’ultimo guizzo di vitalità che gli provocherebbe il flusso dello sciacquone prima di morirne travolto, piuttosto della lenta, eterna agonia della vita senza senso che è costretto a condurre per colpa vostra.

Voi siete come lui: prigionieri di un ormai auto inflitto e perpetrato ergastolo da cui sarebbe auspicabile fuggire. Andandovene.

Non sarebbe semplice, non sarebbe facile, anzi: tutto il contrario.

Dovreste rinunciare al benessere economico, a trovare i pasti pronti, i vestiti puliti, il letto rifatto, la casa rassettata. Ad un confortevole coma.

Ma, cazzo, sareste liberi! Liberi di schiantarvi su un divano, di restare a fissarvi in uno specchio con gli occhi lucidi di pianto, di non sapere neanche quanto cazzo debba cuocere la pasta, liberi di vegetare in pigiama, ipnotizzati dal getto della doccia bollente che vi invita a piangere cullati dallo scroscio dell’acqua, avvolti da un abbraccio bollente, ipnotizzati dallo scorrere di un tempo solo vostro di cui non saprete cosa fare, ma poi imparereste a vivere di nuovo.

Con mille ferite sanguinanti, con i lividi sul cuore, con le nocche sbucciate, le ginocchia scorticate dal tanto strisciare degli ultimi dieci, venti, quarant’anni.

Vi sentireste così leggeri da non riuscire più a camminare, tanto il peso che portavate sulle spalle vi aveva ingobbito.

Vi sentireste soffocare persino dall’aria rarefatta, come se foste in cima a una montagna, tanto i vostri polmoni si erano assuefatti ai respiri corti, alla mancanza di ossigeno, all’aria viziata dalla vostra infelicità.

Un giorno qualunque, dopo mesi di abbrutimento, finalmente, vi sveglierete, forse non ancora felici, con il pugno serrato, ma finalmente consapevoli di stringere le redini del vostro destino.

Da quel momento in avanti riuscirete a voltarvi a guardare alle spalle il burrone che avrete superato, a prendere la rincorsa e a correre e volare, a planare in compagnia di una solitudine che vi sarà finalmente compagna e non più nemica.

Imparerete a stare bene da soli, a cuocervi quella fottutissima pasta e a voler, eventualmente, condividere il vostro conquistato e meritato stato di grazia solo con qualcuno che respiri, rida, sogni e voli insieme a voi.

Una volta buttata la zavorra e mollati gli ormeggi, non potrete più scendere sulla terra e a nessun compromesso.

Da lì in avanti, sarà solo gioia.

Da lì in poi, sarà solo amore.

Ma, come dire… ormai.

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