GRADISCE?

Vado in giro con il mio cuore spiaccicato su un vassoio d’argento, come una martire del 400 o il ragazzo che passa tra i tavoli con le costine infilzate su uno spiedo in uno di quegli all you can eat di quart’ordine… La qual immagine si addice perfettamente allo stato in cui versa il mio organo cardiaco al momento dei fatti.

Dicevo, vado in giro con questo cuore sul vassoio d’argento e lo porgo, offrendone una fettina a portar via.

Non so quanto ne rimanga, che di fette di cuore ne ho distribuite e non perché io abbia amato molto: no, al contrario, credo di non aver mai amato nessuno al mondo, neanche me stessa. In primis, me stessa. Semplicemente, il cuore era un obolo offerto in cambio di accudimento, cura, attenzioni, una parvenza di sentimento… oddio, che tristezza osservare la mia vita sentimentale da un punto di vista esterno. Agghiacciante.

Non so quanto me ne rimanga, nè se basterà ad amare qualcuno, l’uno, l’unico e solo che mi accompagnerà fino alla morte. Immagine rassicurante ed estremamente serena. La mia psicologa direbbe che il mio “pensiero consolatorio della morte” come liberazione e fine del dolore è sintomo di una sindrome depressiva. Ma và… non l’avrei mai supposto!

Ma so che, se qualcuno saprà strapparlo dal vassoio, partirà per cercare, anziché le sfere di drago, che quelli siamo buoni tutti a trovarle, i pezzettini del mio cuore, lo ricucirà e me lo rimetterà nel petto, perché se mi ama non ha bisogno di avere il mio cuore: lo possiede.

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