L’EUTANASIA DELLA FELICITÀ.

Agli amori finiti sul più bello preferisco quelli morti per inedia, per mancanza di attenzioni, per asfissia, per strangolamento.

Preferisco una morte dolorosamente inevitabile all’eutanasia della felicità.

Siamo convinti di poter mettere sotto chiave sentimenti, emozioni, cuore, ma prima o poi quel cassetto ci esploderà in faccia. Un boato sconquasserà lo stato di torpore nel quale ci siamo costretti a vivere e l’onda d’urto ci investirá con una tale forza da sbatterci al muro, fracassando in un sol colpo il muro di perfezione dietro il quale ci siamo nascosti per mesi, anni o secoli.

Da quello squarcio avremo la chiara visione della pochezza nella quale ci siamo costretti a vivere e quello che poteva essere, esserci di bello, di magico, di perfetto ci lascerà attoniti.

Guardandoci intorno vedremo: una bella casa, un lavoro soddisfacente, la confortante routine di una vita “perfetta” che altri (o noi stessi) credevamo di volere, desiderare, perché era la cosa giusta, perché è così che si fa, perché il percorso era tracciato. Ma che, porca troia, ti ha fatto vivere con l’amaro in bocca senza neanche rendersene conto.

Sputeremo rospi, vomiteremo tutto ciò che ci siamo costretti a ingoiare per l’apparenza, le convenzioni sociali, per mille stupide ragioni, senza pensare che la vita è una ed è anche più breve di ciò che immaginiamo. Può finire o essere sconvolta da un momento all’altro. Tutto accade in una frazione di secondo.

A quel punto, da quel maledetto cassetto sbucherà fuori il rimpianto e ci colpirà così forte da spingerci in ginocchio, da farci sanguinare, da lasciarci senza fiato e ci accorgeremo che, tanto, non respiravamo dal giorno in cui abbiamo chiuso il cassetto e ingoiato la chiave.

Ma, ormai, sarà troppo tardi.

Non potremo ricostruire il muro di protezione, non potremo recuperare il cassetto, non potremo tornare indietro nel tempo ad abbracciare il nostro rimpianto amore.

Da lì in avanti potremo solo dire “aveva ragione lei” e sopravvivere tra le macerie della nostra anima in una bella casa, con un lavoro soddisfacente, la non più confortante routine di una vita, a quel punto, talmente imperfetta da farci maledire di aver fatto la cosa giusta, di aver seguito il percorso tracciato.

Di essersi sabotati a tal punto.

Di aver praticato l’eutanasia alla felicità.

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