HUNGER GAMES.

Alice sentì il trillo personalizzato della chat “sto arrivando, fatti trovare come ti ho ordinato”. Il cuore le balzò in gola, corse in bagno e fece scorrere l’acqua calda in doccia. Aveva 25 minuti per prepararsi prima che lui arrivasse. Si legò i capelli in una coda alta e si abbandonò alla carezza del getto bollente, pregustando il momento in cui lui sarebbe arrivato. Si insaponò e risciacquò in cinque minuti, ripassò velocemente il rasoio anche se si era accuratamente depilata al mattino, per essere completamente liscia e si avvolse nell’accappatoio che aveva lasciato a riscaldarsi sullo scaldasalviette. Si guardò allo specchio e sorrise. Gli occhi le brillavano di una felicità che la colmava fino a traboccare: aveva gli occhi lucidi di pianto, con mille stelline che formavano il suo nome. Marco. Marco Marco Marco… Marco. Scosse la testa: basta sognare, cucciola, devi essere pronta tra dieci minuti. Sbrigati!

Si truccò come piaceva a lui. Eye-liner, mascara, rossetto. Una spruzzata di profumo. Si spazzolò i capelli. Era pronta.

Mancava solo un piccolo dettaglio.

Rabbrividì per il freddo e l’eccitazione.

Indossò collare e guinzaglio e fremette di gioia nel sentire il brivido della catena metallica che le dondolava tra i seni.

Scattò un paio di selfie, ne scelse uno e glielo inviò. “Sono pronta”.

La risposta fu immediata: “- Brava Kitty. Sono qui. Salgo? – Certo.”

Il cuore batteva all’impazzata. Aveva freddo e caldo, era agitata, eccitata, impaziente. Sentì i suoi passi dietro la porta, indietreggiò per farlo entrare e gli porse il guinzaglio.

“- Buongiorno, Padrone.

Ciao Kitty.”

La baciò con trasporto, la trascinò in corridoio e la costrinse a mettersi a quattro zampe, ficcandole il guinzaglio in bocca mentre si toglieva il cappotto. Lo appese con una tale lentezza, continuando a fissarla che lei si bagnò, eccitata dall’estenuante attesa del suo tocco.

Marco si sfilò la sciarpa e il cappello, sempre fissandola, le pupille dilatate dal desiderio.

Fremevano entrambi dalla voglia di fondersi, di toccarsi, di avvinghiarsi.

Lui si slacciò i pantaloni, riprese in mano il guinzaglio e la strattonò tirandola a sè. Le infilò il cazzo fino in gola “succhia, cagna”, ordinò ridendo dei suoi conati di vomito. “Succhia bene, non staccare gli occhi dai miei e, se farai la brava, dopo avrai un premio.” Con una mano teneva il guinzaglio e con l’altra le afferrò i capelli legati nella coda di cavallo, usandola come un joystick per dirigere la testa a seguire il suo ritmo.

Alice leccò e succhiò avidamente, godendo del contatto della carne sulla lingua, sul palato, e della cappella che le solleticava la laringe. Più faticava a respirare e più lui godeva, le pupille dilatate, le narici frementi e quel ghigno dipinto sul volto… Dio se la faceva impazzire, dio se era bello sentirsi così profondamente sua: godeva nel farlo godere, godeva della propria sottomissione, godeva grondando dediderio, in attesa del suo premio. Marco la spinse indietro “ora basta. A quattro zampe, seguimi” e la trascinò verso la camera da letto. La legò alla maniglia della porta e si spogliò lentissimamente, senza mai perdere il contatto visivo; gli occhi di entrambi sembravano due fanali, accesi di desiderio e bramosia nella penombra di quella stanza che sembrava il centro del mondo. Non sembrava, lo era.

Marco sciolse il guinzaglio, lasciandoglielo cadere sulla schiena. Il brivido del metallo gelato si sommò ai suoi, la catena dondolò scivolando tra i glutei e la pelle della maniglia le sfiorò la figa bagnata. Non avrebbe resistito un secondo di più dal balzargli addosso come una leonessa sulla sua preda per sbranarlo.

“Ferma”, intimò capendo le sue intenzioni. Ora stai lì a cuccia e aspetti, da brava cagnolina.

Mugolò contrariata e rimase lì, a quattro zampe per un tempo che le sembrò infinito. Lui si stese sul letto e prese a masturbarsi, sorridendo sardonicamente…

Finalmente la chiamò.

“- Alice

– si…

– vieni. Lentamente. A quattro zampe. Qui vicino a me.”

Ubbidì senza fiatare e gli si accoccolò tra le cosce aspettando un suo ordine.

“- succhia”

Obbedì, golosamente rapita, gli si strusciò addosso e strisciò leccandolo e mordicchiandolo, soffermandosi sul ventre, leccando l’ombelico, poi di nuovo prese a percorrere il tragitto segnandolo con la lingua. Una scia di saliva brillava al suo passaggio, disegnando una mappa di desideri, segnando con i denti piccoli punti di riferimento, come bandierine piantate in vetta a montagne da conquistare. Finalmente raggiunse le clavicole, il collo, i lobi. Ansimando si tuffò nella profondità dei suoi occhi neri e lo baciò mentre si trafiggeva col suo cazzo. Anelato, bramato, atteso. Amato.

Lo scopò furiosamente mentre lui la teneva saldamente per i glutei, e mentre lui affondava in lei, lei annegava in lui.

Sarebbe stata una dolce morte, a cavalcioni del suo giovane angelo. Desiderò di morire così, tra le sue cosce, nel pieno di una felicità, ripiena come un tacchino nel Giorno del Ringraziamento.

Era così che si sentiva: felice, appagata, piena.

Si fermò e si stese sulla schiena.

“Scopami tu. Adesso”

Fecero l’amore furiosamente, i respiri intrecciati, mentre il ciondolo della catenina di lui le sfiorava le labbra. Bruciava, avrebbe voluto essere marchiata a fuoco da quella M d’oro, avrebbe voluto fondersi in lei e passare la vita appesa al suo collo come un prezioso monile.

Neanche scopare riusciva a fermare i pensieri, anzi, si accavallavano galoppando come stalloni imbizzarriti al ritmo dei suoi colpi.

Lui dirigeva sinfonie fiabesche in un crescendo di eccitazione, controllando e ordinando pause ed orgasmi. Riusciva a farla venire a comando: una, due, cinque… sette volte.

Seppur stremati, avrebbero continuato all’infinito a fottersi corpo e cervello, graffiandosi, stringendosi convulsamente mani polsi gola. Soffocava. “Vieni ancora, cagna. Vieni per me.”

L’ultima, dolce, piccola morte rimbombò di echi lontani e, non appena il respiro tornò ad essere regolare si ritrovò, senza accorgersene, di nuovo a quattro zampe accogliendo e ingoiando i fiotti del suo piacere, liquido e dolciastro come succo di mirtillo.

Appagati, lontano dal mondo e ignari che quella sarebbe stata la loro ultima volta, si addormentarono, abbracciati e cullati dal loro reciproco per quanto fugace Vero Amore.

Ma, questa, è un’altra storia.

Un’altra storia di Alice Stregatta…

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