I GIRI DI GIOSTRA.

Viaggio con la fantasia: tutte le strade portano a te, poi mi perdo all’incrocio dei ma. Aggiro i no, scavalco i però, attraverso i se, rincorro un forse che svanisce come un’oasi nel deserto appena tendo la mano, appena tento di afferrarlo. Riprendo a camminare, più stremata dal corso dei miei pensieri che dalla scarpinata.

Mi fermo a riposare in una parentesi graffa, riprendo fiato abbracciata a un punto e virgola, ci metto un punto. Poi ne aggiungo altri due, che sono meno definitivi. Che sospendono il giudizio finale.

Tre puntini in cui leggere tutte le parole del mondo e immaginare quelle che m’inventerò.

Più di tre non possono essere, più di te c’è solo un noi. Ma al momento ci sono solo io, in questo vortice di nulla, in questo tornado silenzioso, in questo tempo sospeso sotto un cielo plumbeo carico di nuvole ripiene di neve che promettono tempesta.

Aspetto fiocchi volteggianti cadere lenti a ricoprire strade, pensieri, ricordi oppure, meglio, una slavina pronta a travolgermi, ruzzolando dal fianco di questa montagna che è spuntata dal nulla in una sola notte, come accadde all’origine del nostro mondo e alla fine del mio. Del nostro.

Avrei voluto ballare nuda sotto la neve e leccare i fiocchi che ti si fossero posati addosso. Avrei voluto rotolare insieme sul manto nevoso lasciando impronte dei nostri corpi intrecciati, intriderlo di tracce di noi: di sudore, di lacrime, di umori. Di sangue. Perché no.

Brividi assortiti, tra freddo glaciale e bruciante passione.

Avrei voluto scattarci una foto dall’alto.

Avrei voluto più tempo, più parole, più gesti.

Avrei voluto un litigio furioso, avrei desiderato una riappacificazione da film.

Avrei voluto urlarti di andartene, chiederti scusa, avrei voluto sbatterti il telefono in faccia e ritrovarti sotto casa per fare pace.

Avrei voluto sentirmi dire “mandami affanculo tutte le volte che vuoi, ma torna a riprendermi. Sempre.”

Avrei voluto una sceneggiata imbarazzante, un addio, un ritorno.

Avrei voluto piangerti addosso e inzupparti la camicia di lacrime, avrei voluto macchiartela di mascara, che tanto non ti sarebbe importato, che tutto quello che volevi ce l’avevi stretto a te, al sicuro tra le tue braccia e poi, che sarà mai: “mi pagherai la tintoria!”

Avrei voluto vivere tutte le cose che accadono tra due persone che stanno insieme, che si amano sempre, che a volte si odiano e che, spesso, non si sopportano. (Che nessun rapporto è perfetto.)

Avrei voluto musi e risate, scherzi e coccole.

Farti il solletico per farmi rincorrere per casa. Mi avresti presa subito, immobilizzata e punita.

Avrei voluto il bacio del buongiorno e quello della buonanotte. Il caffè a letto e le briciole sul divano… Avrei voluto annoiarmi con te in una pigra domenica pomeriggio e fare l’amore per spezzare la monotonia, poi guardare Netflix, slacciarti i pantaloni e tu “dai, cazzo, possibile che con te non riesco mai a vedere un film per intero!” E ridere, ridere fino alle lacrime. “Se ti lamentassi in pubblico di una cosa del genere verresti lapidato, lo sai?” E avrei finto di tenerti il broncio per dieci lunghissimi minuti, ma non avrei resistito dall’accarezzarti il viso e farti i grattini sulla testa per sentirti fare le fusa. Avrei voluto baciarti un milione di volte per poi ricominciare a contare da zero. All’infinito.

Cazzo, quante cose avrei voluto.

Invece no.

Invece restano solo muri di invalicabile silenzio che pesa tonnellate sul petto e distanze impossibili da colmare, da coprire, da annullare.

(Troppe cose non ho avuto).

Fortezza inespugnabile, assedio infruttuoso, il mio cervello in fissa litiga col cuore, sospeso nel tempo infinito di giorni che sembrano mesi, anni, secoli. Mi rifugio in un tugurio per darmi tregua, per darmi tempo, per darmi spazio. Per ritrovarmi, che tanto nessuno mi sta cercando. Probabilmente non si sono neanche accorti che non ci sono più, non si sono resi conto che manco da un po’. Da quella notte. La notte della resa dei conti.

Non resta che aspettare. Persiane aperte, l’aria gelida che mi accarezza il viso; non sono pronta per guardare avanti, non posso guardarmi indietro, allora mi volto di lato. E osservo la vita che mi passa accanto, sfiorandomi senza penetrarmi.

Accolgo chiacchiere e risate, leggerezza e desideri: senza afferrarli. Che passino, che si fermino per un istante. Senza lasciare segni.

Senza lasciare traccia.

Circolare… come il tempo che passa e che ritornerà dal via.

Prossimo giro, prossima corsa.

La giostra delle vite passate e future si intrecciano poche volte. Una, due, tre. Quante? Non so dirlo, so solo che era una di quelle magiche volte.

Nella prossima, toccherà a me averti: forse a te, perdermi.

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