STELLE CADENTI.

Sei arrivato, con una manciata di stelle che mi sono finite direttamente negli occhi, che mi hanno trafitto il cuore, esplodendomi nel ventre come farfalle impazzite e brillando così intensamente da illuminarmi tutta dall’interno.

Sei arrivato, regalandomi rose di un rosso scarlatto. Mi hanno punta come il fuso di Aurora ed io sono caduta preda del tuo incantesimo. La stilla di sangue a sugellare un patto di puro amore, come nelle favole.

Sei arrivato, con una distesa di morbida pelle color dell’ebano e degli occhi così meravigliosamente neri da stregarmi.

La tua pelle, sulla quale ho dormito e sognato, abbandonata e vinta, conquistata e resa. Pelle morbida come velluto, da accarezzare, leccare, mordere, mangiare, sulla quale riposare dagli affanni del mondo. Morbido tappeto magico sul quale librarmi verso l’infinito, un viaggio incantato verso mete fantastiche. Con te, mio Aladino.

I tuoi occhi, nei quali ho nuotato centinaia di volte, profondi come un ceniote messicano, ma stavolta non ho avuto paura di sprofondarci, stavolta mi ci sono tuffata a capofitto: nuotandoci, galleggiandoci, smarrendomi. Ritrovandomi.

Sei arrivato con le tue mani, la tua bocca, gli abbracci, le carezze. La tua dolcezza e la violenza animale, di dominio: del mio corpo e della mia anima.

Sei arrivato in un giorno d’inverno che mi è sembrato il più bello di sempre, e da lì un’infilata di momenti stupendi, anelli preziosi a formare una catena indissolubile di puro incanto.

Sei arrivato e mi hai catapultata indietro nel tempo, poi avanti veloce, in un futuro senza tempo, in un orologio senza lancette che scandiva solo momenti di noi. Abbiamo girato un film di quelli talmente senza senso da paralizzarti, col fiato sospeso e il desiderio che non finisse mai.

Abbiamo scritto un romanzo eterno, un libro le cui pagine ingialliranno, le parole sbiadiranno, ma che rimarrà dentro di noi, per sempre.

Non esiste modo migliore di rendere eterno un amore se non quello di cristallizzarlo nella perfezione. Da lì in avanti vivrà di vita propria, evolverà in milioni di modi, sperimenterá finali sempre diversi tornando sempre dal via, senza finire mai.

Mai.

(Illustrazione di Chiara Bautista)

I GIRI DI GIOSTRA.

Viaggio con la fantasia: tutte le strade portano a te, poi mi perdo all’incrocio dei ma. Aggiro i no, scavalco i però, attraverso i se, rincorro un forse che svanisce come un’oasi nel deserto appena tendo la mano, appena tento di afferrarlo. Riprendo a camminare, più stremata dal corso dei miei pensieri che dalla scarpinata.

Mi fermo a riposare in una parentesi graffa, riprendo fiato abbracciata a un punto e virgola, ci metto un punto. Poi ne aggiungo altri due, che sono meno definitivi. Che sospendono il giudizio finale.

Tre puntini in cui leggere tutte le parole del mondo e immaginare quelle che m’inventerò.

Più di tre non possono essere, più di te c’è solo un noi. Ma al momento ci sono solo io, in questo vortice di nulla, in questo tornado silenzioso, in questo tempo sospeso sotto un cielo plumbeo carico di nuvole ripiene di neve che promettono tempesta.

Aspetto fiocchi volteggianti cadere lenti a ricoprire strade, pensieri, ricordi oppure, meglio, una slavina pronta a travolgermi, ruzzolando dal fianco di questa montagna che è spuntata dal nulla in una sola notte, come accadde all’origine del nostro mondo e alla fine del mio. Del nostro.

Avrei voluto ballare nuda sotto la neve e leccare i fiocchi che ti si fossero posati addosso. Avrei voluto rotolare insieme sul manto nevoso lasciando impronte dei nostri corpi intrecciati, intriderlo di tracce di noi: di sudore, di lacrime, di umori. Di sangue. Perché no.

Brividi assortiti, tra freddo glaciale e bruciante passione.

Avrei voluto scattarci una foto dall’alto.

Avrei voluto più tempo, più parole, più gesti.

Avrei voluto un litigio furioso, avrei desiderato una riappacificazione da film.

Avrei voluto urlarti di andartene, chiederti scusa, avrei voluto sbatterti il telefono in faccia e ritrovarti sotto casa per fare pace.

Avrei voluto sentirmi dire “mandami affanculo tutte le volte che vuoi, ma torna a riprendermi. Sempre.”

Avrei voluto una sceneggiata imbarazzante, un addio, un ritorno.

Avrei voluto piangerti addosso e inzupparti la camicia di lacrime, avrei voluto macchiartela di mascara, che tanto non ti sarebbe importato, che tutto quello che volevi ce l’avevi stretto a te, al sicuro tra le tue braccia e poi, che sarà mai: “mi pagherai la tintoria!”

Avrei voluto vivere tutte le cose che accadono tra due persone che stanno insieme, che si amano sempre, che a volte si odiano e che, spesso, non si sopportano. (Che nessun rapporto è perfetto.)

Avrei voluto musi e risate, scherzi e coccole.

Farti il solletico per farmi rincorrere per casa. Mi avresti presa subito, immobilizzata e punita.

Avrei voluto il bacio del buongiorno e quello della buonanotte. Il caffè a letto e le briciole sul divano… Avrei voluto annoiarmi con te in una pigra domenica pomeriggio e fare l’amore per spezzare la monotonia, poi guardare Netflix, slacciarti i pantaloni e tu “dai, cazzo, possibile che con te non riesco mai a vedere un film per intero!” E ridere, ridere fino alle lacrime. “Se ti lamentassi in pubblico di una cosa del genere verresti lapidato, lo sai?” E avrei finto di tenerti il broncio per dieci lunghissimi minuti, ma non avrei resistito dall’accarezzarti il viso e farti i grattini sulla testa per sentirti fare le fusa. Avrei voluto baciarti un milione di volte per poi ricominciare a contare da zero. All’infinito.

Cazzo, quante cose avrei voluto.

Invece no.

Invece restano solo muri di invalicabile silenzio che pesa tonnellate sul petto e distanze impossibili da colmare, da coprire, da annullare.

(Troppe cose non ho avuto).

Fortezza inespugnabile, assedio infruttuoso, il mio cervello in fissa litiga col cuore, sospeso nel tempo infinito di giorni che sembrano mesi, anni, secoli. Mi rifugio in un tugurio per darmi tregua, per darmi tempo, per darmi spazio. Per ritrovarmi, che tanto nessuno mi sta cercando. Probabilmente non si sono neanche accorti che non ci sono più, non si sono resi conto che manco da un po’. Da quella notte. La notte della resa dei conti.

Non resta che aspettare. Persiane aperte, l’aria gelida che mi accarezza il viso; non sono pronta per guardare avanti, non posso guardarmi indietro, allora mi volto di lato. E osservo la vita che mi passa accanto, sfiorandomi senza penetrarmi.

Accolgo chiacchiere e risate, leggerezza e desideri: senza afferrarli. Che passino, che si fermino per un istante. Senza lasciare segni.

Senza lasciare traccia.

Circolare… come il tempo che passa e che ritornerà dal via.

Prossimo giro, prossima corsa.

La giostra delle vite passate e future si intrecciano poche volte. Una, due, tre. Quante? Non so dirlo, so solo che era una di quelle magiche volte.

Nella prossima, toccherà a me averti: forse a te, perdermi.

WHAT’S APP? (WhatsApp)

– Ciao bro, come va? Hai dimenticato Alice? So che ti vedi con un’altra.

– Certo: dimenticata, archiviata, formattata. Quella storia è chiusa. Bea? Devo fartela conoscere. È fighissima. Bella, leggera, divertente. Due cosce da urlo, un culo che parla. Sempre perfetta. Porta i tacchi e non esce in pigiama.

– In pigiama? Ma che dici, chi cazzo esce in pigiama?

– Nessuno, lascia stare. Storia chiusa.

Allora per stasera, hai sentito la tipa? Vi vedete o facciamo qualcosa insieme?

– Non lo so ancora, sai com’è. Decide all’ultimo momento. Ci aggiorniamo dopo. Chiama la Bea, stai sul vago, male che vada poi mi raggiungi. Ti diverti, no? Con lei dico.

– Si, parliamo tanto. Di moda, di vestiti, di shopping, di vacanze. Parla. Parla molto di sè. Scopiamo un sacco. Ride. Mi fa ridere. Non mi fa pensare.

Alice no, scava, chiede, domanda, ascolta, viviseziona, pensa, riflette, ragiona. Parla parla parla. All’infinito. Due coglioni… era come vivere davanti ad uno specchio, sulla riva di un lago in cui potevi annegare. Mi faceva domande strane: credi in Dio? Cosa pensi, cosa vuoi, cosa sogni? Cosa provi? Cosa siamo noi? Ma che cazzo ne so… di chi sono, cosa sogno, cosa voglio?

So solo che ho voglia di cambiare macchina, un bel lavoro, i cash, una famiglia. Che mi piacciono il tartufo, i gianduiotti, la play e il prosecco.

Allora mi diceva che avrei dovuto sposare Barbie Malibù. E rideva… aveva una risata contagiosa. Era… boh. Era tutta strana. (Era solo mia.)

– Beh dai, la Bea ci sta come Barbie, no?

– Si, si, ci sta. È perfetta. Perfetta per me. Perfetta da portare in giro, a letto, in famiglia. Con gli amici.

Poco complicata. Mi piace un sacco.

– Si, me l’hai già detto. Perfetta. Me l’hai già detto. Bene no? Stai alla grande.

– Alla grandissima. Dai ci becchiamo dopo. Le scrivo e vado a prenderla.

«- Ciao cucciola, se ti rapissi per un giro a Milano, ape, magari cena e poi ti fermi a dormire da me? Vuoi? 😍

– Cucciolo si, dammi un’ora. Mi vesto. Mi porti anche a fare shopping? Ho visto un portachiavi da Gucci che non posso proprio lasciarmi scappare…

– Certo. Ti regalo anche lo zainetto!

– Ahhhahhh 😂 Ti sembro una sfigata da zainetto? Dai, mi prendi in giro? Come ti è uscita? Piuttosto una clutch!

– Già, non so proprio da dove mi sia uscita… proprio no. Ok, tra un’ora. Non farmi aspettare come al solito. Sei bella anche meno agghindata.

– 🙄 non pensarci neanche. Voglio essere perfetta per te. 😍 Mi porti a cena in uno di quei posti chic e facciamo un paio di stories per Insta? Visualizzazioni alle stelle!

– Si cucciola. Stories, Insta. Like. Tutto quello che ti rende felice. ❤️

Altro che panzerotto da Luini seduti sul marciapiede…

– Cosa? Ma neanche quando andavo al liceo! Che hai oggi? Sei strano.

– Ma niente. Fatti figa. Ti scrivo quando parto. A dopo.

– A dopo.”

(In fondo, dobbiamo solo innamorarci di qualcuno che ci somigli. Stare dentro le righe, percorrere strade tracciate, non ascoltare i canti di sirene fuori di testa che vorrebbero trascinarti in abissi profondi e giocare a nascondino tra le alghe…

Il cuore pare battere più forte: ma è paura.

Il cuore sembra uscirti dal petto: ma è un’illusione.

Il cuore vibra di sinfonie sconosciute: ma sono stonate.

Bea è la persona giusta. Giusta per me. Da adesso in avanti.)

– chat archiviate. Alice. Online. –

“- Ciao Ali. Non vorrei dirtelo, ma mi manchi.

Non ho cambiato idea. Ho preso la decisione giusta.

Volevo solo chiederti cosa mi hai fatto. Tutto ciò che amavo e in cui credevo mi sembra irreale, inutile, superfluo. Vuoto.

Perché?

– Ti ho solo amato per quello che ho visto dentro di te e te l’ho mostrato. Ecco perché.

Semplicemente.

Ho guardato al di là dei vestiti firmati, gli atteggiamenti da figo, i posti da vedere e quelli in cui farsi vedere.

Mi manchi anche tu.

Mi manchi ancora.

Mi manchi sempre.

Ciao.

– Ciao Ali.”

Elimina chat.

HUNGER GAMES.

Alice sentì il trillo personalizzato della chat “sto arrivando, fatti trovare come ti ho ordinato”. Il cuore le balzò in gola, corse in bagno e fece scorrere l’acqua calda in doccia. Aveva 25 minuti per prepararsi prima che lui arrivasse. Si legò i capelli in una coda alta e si abbandonò alla carezza del getto bollente, pregustando il momento in cui lui sarebbe arrivato. Si insaponò e risciacquò in cinque minuti, ripassò velocemente il rasoio anche se si era accuratamente depilata al mattino, per essere completamente liscia e si avvolse nell’accappatoio che aveva lasciato a riscaldarsi sullo scaldasalviette. Si guardò allo specchio e sorrise. Gli occhi le brillavano di una felicità che la colmava fino a traboccare: aveva gli occhi lucidi di pianto, con mille stelline che formavano il suo nome. Marco. Marco Marco Marco… Marco. Scosse la testa: basta sognare, cucciola, devi essere pronta tra dieci minuti. Sbrigati!

Si truccò come piaceva a lui. Eye-liner, mascara, rossetto. Una spruzzata di profumo. Si spazzolò i capelli. Era pronta.

Mancava solo un piccolo dettaglio.

Rabbrividì per il freddo e l’eccitazione.

Indossò collare e guinzaglio e fremette di gioia nel sentire il brivido della catena metallica che le dondolava tra i seni.

Scattò un paio di selfie, ne scelse uno e glielo inviò. “Sono pronta”.

La risposta fu immediata: “- Brava Kitty. Sono qui. Salgo? – Certo.”

Il cuore batteva all’impazzata. Aveva freddo e caldo, era agitata, eccitata, impaziente. Sentì i suoi passi dietro la porta, indietreggiò per farlo entrare e gli porse il guinzaglio.

“- Buongiorno, Padrone.

Ciao Kitty.”

La baciò con trasporto, la trascinò in corridoio e la costrinse a mettersi a quattro zampe, ficcandole il guinzaglio in bocca mentre si toglieva il cappotto. Lo appese con una tale lentezza, continuando a fissarla che lei si bagnò, eccitata dall’estenuante attesa del suo tocco.

Marco si sfilò la sciarpa e il cappello, sempre fissandola, le pupille dilatate dal desiderio.

Fremevano entrambi dalla voglia di fondersi, di toccarsi, di avvinghiarsi.

Lui si slacciò i pantaloni, riprese in mano il guinzaglio e la strattonò tirandola a sè. Le infilò il cazzo fino in gola “succhia, cagna”, ordinò ridendo dei suoi conati di vomito. “Succhia bene, non staccare gli occhi dai miei e, se farai la brava, dopo avrai un premio.” Con una mano teneva il guinzaglio e con l’altra le afferrò i capelli legati nella coda di cavallo, usandola come un joystick per dirigere la testa a seguire il suo ritmo.

Alice leccò e succhiò avidamente, godendo del contatto della carne sulla lingua, sul palato, e della cappella che le solleticava la laringe. Più faticava a respirare e più lui godeva, le pupille dilatate, le narici frementi e quel ghigno dipinto sul volto… Dio se la faceva impazzire, dio se era bello sentirsi così profondamente sua: godeva nel farlo godere, godeva della propria sottomissione, godeva grondando dediderio, in attesa del suo premio. Marco la spinse indietro “ora basta. A quattro zampe, seguimi” e la trascinò verso la camera da letto. La legò alla maniglia della porta e si spogliò lentissimamente, senza mai perdere il contatto visivo; gli occhi di entrambi sembravano due fanali, accesi di desiderio e bramosia nella penombra di quella stanza che sembrava il centro del mondo. Non sembrava, lo era.

Marco sciolse il guinzaglio, lasciandoglielo cadere sulla schiena. Il brivido del metallo gelato si sommò ai suoi, la catena dondolò scivolando tra i glutei e la pelle della maniglia le sfiorò la figa bagnata. Non avrebbe resistito un secondo di più dal balzargli addosso come una leonessa sulla sua preda per sbranarlo.

“Ferma”, intimò capendo le sue intenzioni. Ora stai lì a cuccia e aspetti, da brava cagnolina.

Mugolò contrariata e rimase lì, a quattro zampe per un tempo che le sembrò infinito. Lui si stese sul letto e prese a masturbarsi, sorridendo sardonicamente…

Finalmente la chiamò.

“- Alice

– si…

– vieni. Lentamente. A quattro zampe. Qui vicino a me.”

Ubbidì senza fiatare e gli si accoccolò tra le cosce aspettando un suo ordine.

“- succhia”

Obbedì, golosamente rapita, gli si strusciò addosso e strisciò leccandolo e mordicchiandolo, soffermandosi sul ventre, leccando l’ombelico, poi di nuovo prese a percorrere il tragitto segnandolo con la lingua. Una scia di saliva brillava al suo passaggio, disegnando una mappa di desideri, segnando con i denti piccoli punti di riferimento, come bandierine piantate in vetta a montagne da conquistare. Finalmente raggiunse le clavicole, il collo, i lobi. Ansimando si tuffò nella profondità dei suoi occhi neri e lo baciò mentre si trafiggeva col suo cazzo. Anelato, bramato, atteso. Amato.

Lo scopò furiosamente mentre lui la teneva saldamente per i glutei, e mentre lui affondava in lei, lei annegava in lui.

Sarebbe stata una dolce morte, a cavalcioni del suo giovane angelo. Desiderò di morire così, tra le sue cosce, nel pieno di una felicità, ripiena come un tacchino nel Giorno del Ringraziamento.

Era così che si sentiva: felice, appagata, piena.

Si fermò e si stese sulla schiena.

“Scopami tu. Adesso”

Fecero l’amore furiosamente, i respiri intrecciati, mentre il ciondolo della catenina di lui le sfiorava le labbra. Bruciava, avrebbe voluto essere marchiata a fuoco da quella M d’oro, avrebbe voluto fondersi in lei e passare la vita appesa al suo collo come un prezioso monile.

Neanche scopare riusciva a fermare i pensieri, anzi, si accavallavano galoppando come stalloni imbizzarriti al ritmo dei suoi colpi.

Lui dirigeva sinfonie fiabesche in un crescendo di eccitazione, controllando e ordinando pause ed orgasmi. Riusciva a farla venire a comando: una, due, cinque… sette volte.

Seppur stremati, avrebbero continuato all’infinito a fottersi corpo e cervello, graffiandosi, stringendosi convulsamente mani polsi gola. Soffocava. “Vieni ancora, cagna. Vieni per me.”

L’ultima, dolce, piccola morte rimbombò di echi lontani e, non appena il respiro tornò ad essere regolare si ritrovò, senza accorgersene, di nuovo a quattro zampe accogliendo e ingoiando i fiotti del suo piacere, liquido e dolciastro come succo di mirtillo.

Appagati, lontano dal mondo e ignari che quella sarebbe stata la loro ultima volta, si addormentarono, abbracciati e cullati dal loro reciproco per quanto fugace Vero Amore.

Ma, questa, è un’altra storia.

Un’altra storia di Alice Stregatta…

GIOCHI PERVERSI.

Facciamo che oggi mi sento così a terra che voglio fare il gioco di immaginare il peggior scenario possibile per odiarti ed estirparti dai miei pensieri.

Facciamo che tu sei un serial killer di anime. Facciamo che hai individuato una preda a caso, me. Una ragazza mediamente carina, mediamente insicura, con un matrimonio alle spalle, ferite quasi certe alle spalle e una grande voglia di innamorarsi. Facciamo che mi corteggi in modo leggero ma costante, che mi fai parlare e raccontare tanto di me per scoprire i miei punti deboli. Facciamo che mi fai intravedere futuri prossimi: visitare una mostra, ascoltare della musica insieme, addirittura cucinare per me.

Facciamo che condisci il tutto con quel pizzico di gelosia che da un lato mi infastidisce ma che, in fondo, mi fa sentire importante. Da non perdere.

Facciamo che una sera scoppia una lite furibonda, che tu fai l’incazzato. Facciamo che ho avuto paura di perderti e ti confesso di essere innamorata di te. Tu prendi la palla al balzo e mi fai intuire che lo provi anche tu, quel sentimento accennato, un amore in boccio. E la usi, la parola amore. Amore mio. Mio…

Facciamo che il sesso diventa più frequente, più appassionato, che ti penso continuamente, che mi manchi. Ci diciamo ti amo. Ti amo amore mio, con le maiuscole al posto giusto, il cuore in gola e i lombi in subbuglio. Lì, io sono cotta a puntino.

Sei molto presente anche dalle vacanze, mi telefoni persino, anche cinque minuti, pur di sentire la mia voce, pur correndo un rischio.

Facciamo che io ho urgenza di vederti perché non voglio vivere una storia virtuale. Voglio una storia vera!

E dobbiamo parlare di tante cose, chiarire delle situazioni: insomma creiamo una complicità che si somma alla miriade di cose in comune, all’alchimia, a quel fottuto sentimento. Al sembrare reciprocamente coinvolti e stregati, a sognare un inizio di qualcosa di bello, di importante. Qualcosa di concreto.

Ora, io mi domando quanto ci sia stato di vero e di spontaneo in tutto questo. Quanto mi sia immaginata tutto, quanto tu sia stato sincero.

Non posso credere che fosse tutta una finzione.

A che scopo? Scopare? Perché solo una sera se la cosa poteva ripetersi? Con l’alibi del matrimonio infelice sommato alla mia vita comunque molto piena… avremmo potuto vederci per mesi, forse anni!

Spezzare un cuore? Entrambe le cose perché valgono doppio nel punteggio di serial killer dell’anima? C’è un campionato del mondo di cui sei l’indiscusso vincitore?

Non lo so. So solo che, probabilmente, l’amore di cui parlavi, è morto schizzandomelo sul ventre.

E ora, ogni volta che ti vedo online, tutto il giorno, tutta la sera fino a tarda notte, mi domando se stai già ammaliando la prossima vittima con i tuoi modi suadenti e raffinati, la tua mente arguta e perversa, la tua ritrosia nel mostrarti… se stai giocando al serial killer di anime. Addirittura dubito del fatto che tu sia veramente sposato; magari sei un single impenitente, un Dorian Gray senza ritratto, che non vuole impegni o menate e usa una fede fasulla per proteggere la propria libertà.

Questo è il peggior scenario possibile che la mia mente abbia potuto partorire pur di non contemplare ed accettare la spiegazione più semplice: non te ne frega più un cazzo di me ma non sai come liberartene.

(Se avessi saputo che quello era il tuo amore, lo avrei conservato in una teca).

E INVECE NO.

Ho cercato rovistato frugato sperato che avessi lasciato qualcosa di te, che l’avessi dimenticato, o meglio, lasciato di proposito, perché quella non avrebbe dovuto essere l’ultima volta che uscivi di casa. E invece si.

Che quel fugace bacio sulla soglia di una porta scorrevole non sarebbe stato l’ultimo, l’ultimo caffè, l’ultima sigaretta, l’ultimo sguardo. L’ultimo giorno. Non ti ho neanche abbracciato. Avrei dovuto. Avrei dovuto saperlo quando ti ho chiesto “qual è il tuo sogno?” e la tua risposta mi ha fatto sentire un brivido che neanche le folate di vento gelido di quella tersa mattina di dicembre perché io, in metà di quel sogno, non avrei potuto esserci neanche volendo … ti ho solo detto “non dimenticarti di me”. E tu hai riso, hai infilato le mani nelle tasche del cappotto e io ti ho guardato mentre la tromba della scala mobile ti inghiottiva. Ho pensato: adesso si gira, mi manda il bacio che mi mandavi sempre quando ti salutavo dal balcone. E invece no.

Sembravamo davvero due persone che si salutavano per una breve separazione. E invece no.

Tutto quello che mi rimane è: un accendino smarrito, mezzo gianduiotto gigante, i resti di un pandoro, un braccialetto elastico che credo non riuscirò più ad indossare, delle nocciole ricoperte di cioccolato bianco e una bottiglia di prosecco intonsa che aspettava il tuo ritorno, come me. E invece no.

Sognavo in piccolo. Sognavo giorno per giorno. Sognavo solo di stare con te, come in uno di quei film americani in cui tutto fila liscio e va tutto bene e per una volta i miei desideri si sarebbero avverati. E invece no.

Tutto quello che mi rimane è una mancanza senza senso. Un discorso interrotto. Una conclusione incomprensibile.

Tutto quello che mi rimane è un vuoto nel petto, una distanza incolmabile, un’assenza ingombrante.

Tutto quello che mi rimane è che non riesco a mangiare, che non riesco a dormire.

Che tu non ci sei. Che non ci sarai mai più nella vita. Che è giusto così. E invece no.

E, invece, proprio no.

L’EUTANASIA DELLA FELICITÀ.

Agli amori finiti sul più bello preferisco quelli morti per inedia, per mancanza di attenzioni, per asfissia, per strangolamento.

Preferisco una morte dolorosamente inevitabile all’eutanasia della felicità.

Siamo convinti di poter mettere sotto chiave sentimenti, emozioni, cuore, ma prima o poi quel cassetto ci esploderà in faccia. Un boato sconquasserà lo stato di torpore nel quale ci siamo costretti a vivere e l’onda d’urto ci investirá con una tale forza da sbatterci al muro, fracassando in un sol colpo il muro di perfezione dietro il quale ci siamo nascosti per mesi, anni o secoli.

Da quello squarcio avremo la chiara visione della pochezza nella quale ci siamo costretti a vivere e quello che poteva essere, esserci di bello, di magico, di perfetto ci lascerà attoniti.

Guardandoci intorno vedremo: una bella casa, un lavoro soddisfacente, la confortante routine di una vita “perfetta” che altri (o noi stessi) credevamo di volere, desiderare, perché era la cosa giusta, perché è così che si fa, perché il percorso era tracciato. Ma che, porca troia, ti ha fatto vivere con l’amaro in bocca senza neanche rendersene conto.

Sputeremo rospi, vomiteremo tutto ciò che ci siamo costretti a ingoiare per l’apparenza, le convenzioni sociali, per mille stupide ragioni, senza pensare che la vita è una ed è anche più breve di ciò che immaginiamo. Può finire o essere sconvolta da un momento all’altro. Tutto accade in una frazione di secondo.

A quel punto, da quel maledetto cassetto sbucherà fuori il rimpianto e ci colpirà così forte da spingerci in ginocchio, da farci sanguinare, da lasciarci senza fiato e ci accorgeremo che, tanto, non respiravamo dal giorno in cui abbiamo chiuso il cassetto e ingoiato la chiave.

Ma, ormai, sarà troppo tardi.

Non potremo ricostruire il muro di protezione, non potremo recuperare il cassetto, non potremo tornare indietro nel tempo ad abbracciare il nostro rimpianto amore.

Da lì in avanti potremo solo dire “aveva ragione lei” e sopravvivere tra le macerie della nostra anima in una bella casa, con un lavoro soddisfacente, la non più confortante routine di una vita, a quel punto, talmente imperfetta da farci maledire di aver fatto la cosa giusta, di aver seguito il percorso tracciato.

Di essersi sabotati a tal punto.

Di aver praticato l’eutanasia alla felicità.